PERCHÈ VENIRCI

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Perchè Venirci

Varcare la soglia del Parco. Per un attimo ci si sente non più turisti, ma pellegrini della natura. Si assommano nell’animo del viaggiatore, infatti, vaghe sensazioni quando, lungo la strada, ci si trova tra due muri contrassegnati dall’immagine dell’orso: indicano un arrivo che suona, tuttavia, come una conquista. In quell’attimo magico si avverte di aver lasciato la quotidianità con i suoi ritmi artificiali e di essere approdati in un luogo che ci riconsegnerà un ambiente in cui l’uomo vive da millenni e che non ha mai consumato.

Si entri da Barrea con lo squarcio del suo lago luminoso, o si entri da Pescasseroli attraverso boschi e radure, il territorio del Parco Nazionale D’Abruzzo, Lazio e Molise si presenta comunque come la scena di un teatro su cui si è alzato un sipario: si rappresenta una storia in cui uomini e lupi, orsi e camosci convivono da epoche ancestrali. E le due strade (con una terza che scende da Passo Godi) convergono verso un cuore dall’architettura arroccata, un cuore sospeso tra un pendio incastellato e un fiume, il Sangro, che corre rumoroso e pulito. È Villetta Barrea. Ai suoi margini si scopre l’Hotel degli Olmi.

In vista di Civitella Alfedena e del Lago, è luogo dove si rinnova l’ospitalità antica della gente del Parco, dove la tradizionale cura del cibo della civiltà pastorale si coniuga alla moderna vocazione turistica.

In questo cuore che batte il ritmo di una semplicità ritrovata si rifugiano le speranze di chi ha varcato, fiducioso, quella soglia che introduce nell’area protetta. È punto di arrivo Villetta Barrea, ma anche di partenze mattutine. Sono mille i percorsi possibili, i più accessibili e familiari ai più arditi per i praticanti del trekking.

Sentieri che nascondono fresche acque di sorgente, segnati dall’ombra dei faggi, vibranti degli echi di bramiti di cervi. Ogni volta intrapresi con l’idea dell’incontro con i pacifici orsi. Davvero non si è varcata invano quella soglia del Parco. Di lì è iniziato un viaggio in uno spazio più verde. Ma è iniziato anche un viaggio nel tempo.

Quello che racconta come da tre millenni almeno, il popolo dei Safini prima e gli eserciti di Roma poi, quindi i monaci guidati dall’abate Azzone e, ancora, gli Aragonesi con le leggi sulla pastorizia abbiano tutti seguito una sola cultura: che si può vivere grazie alla natura senza distruggerne le risorse.

È a questa antica sapienza che la gente del Parco, anche oggi, questa gente che ci aspetta nelle moderne strutture turistiche, continua ad ispirarsi.

Un turista per l’Abruzzo.

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